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15 maggio 2010 6 15 /05 /maggio /2010 14:04

Come accompagnare i nostri figli in un percorso scolastico che inevitabilmente li porta a confrontarsi con la realtà religiosa dominante nel nostro Paese? È possibile, in questo contesto indubbiamente problematico, ricercare e trovare occasioni nelle quali proporre la testimonianza della nostra “diversità”? Le risposte che ci vengono proposte da due genitori credenti impongono per lo meno una riflessione...

 

Scelte “creative”

 

“Desidero che voi sappiate, fratelli, che quanto mi è accaduto ha piuttosto contribuito al progresso del Vangelo” (Fl 1:12).

La testimonianza che segue non viene proposta come un modello valido sempre e ovunque. La situazione della suola italiana in tema di problematiche religiose (Insegnamento Religione Cattolica, crocifisso, ecc..) è piuttosto complessa e per chi come noi ha i figli a scuola, non è sempre facile, nelle varie situazioni, fare le scelte giuste. Tuttavia sentiamo come famiglia il desiderio di dare questa testimonianza per incoraggiare i genitori come noi. Abbiamo scoperto che con l’aiuto del Signore, di volta in volta, è possibile trovare delle strade “creative” che possono metterci nella condizione di rendere testimonianza della nostra fede senza farci schiacciare dagli eventi e senza allinearci a un modo poco biblico di affrontare i problemi nell’ambito dei quali siamo chiamati a rendere testimonianza.

 

 

Esprimere senza ambiguità il proprio pensiero

 

Tutto è cominciato nel mese di novembre dello scorso anno (2009) quando nostro figlio (V elementare), tornando da scuola, ci comunica che a dicembre ci sarebbe stata la visita nella sua scuola del vescovo della città. Fin dai primi anni di scuola, come famiglia, avevamo naturalmente scelto di non avvalerci dell’insegnamento della religione cattolica (IRC).

 

Sulla base però di una precisa visione del problema che sarebbe fuori luogo discutere qui, avevamo anche deciso che se nostro figlio se la sentiva e se gli insegnanti erano d’accordo, egli poteva restare in classe durante l’insegnamento. Questa scelta ha portato nel corso dei cinque anni di scuola elementare a una continua e proficua interazione con gli insegnanti che si sono succeduti, nonché a una particolare vicinanza alla vita stessa della scuola, proprio in qualità di cristiani evangelici.

 

Alla notizia dell’imminente visita del vescovo sono scattate dentro di noi una serie di riflessioni. Devo anche dire che il vescovo di Chieti è uno dei più brillanti intellettuali della chiesa di Roma, molto noto anche in ambito internazionale e, infine, che in ragione dei miei interessi in ambito filosofico, lo avevo incrociato in diversi convegni universitari.

A questa notizia, allora, come famiglia, abbiamo proceduto in questo modo: dopo aver informato la chiesa e chiesto le loro preghiere, ho scritto una lettera a tutte le figure istituzionali interessate alla vicenda (compreso il vescovo).

I punti salienti di questa lettera erano i seguenti:

 

• non manifestavamo un atteggiamento negativo nei confronti di questa visita (non bisogna dimenticare infatti che molto spesso queste iniziative hanno il consenso della maggior parte delle famiglie dei ragazzi e dunque nelle nostre reazioni bisogna tener conto della logica del rapporto tra maggioranza e minoranza, per esempio nel consiglio di classe);

 

• abbiamo ragionato sulla necessità che nell’attuale scenario culturale italiano (che non è né quello degli Stati Uniti, né quello dell’Italia di Porta Pia) bisognerebbe ripensare al modo in cui è pensata l’interazione tra sfera privata e sfera pubblica in tema di appartenenza religiosa (per esempio laicisti contro clericali);

 

• abbiamo rappresentato al vescovo il disagio, in qualità di evangelici, che avvertiamo nei confronti di atteggiamenti pubblici di alcuni settori della chiesa di Roma che riteniamo estremamente ambigui;

 

• infine abbiamo chiesto alle autorità scolastiche che fosse data anche a noi la possibilità di pensare e realizzare un’attività, quanto meno nella classe di nostro figlio, che permettesse ai suoi compagni di capire che il cristianesimo non cattolico è una realtà mondiale e che la fede della famiglia del loro compagno non è qualcosa di peregrino o settario.

Paventavamo anche la possibilità che nel giorno della visita del vescovo nostro figlio potesse non essere presente.

 

 

Un progetto di testimonianza nella scuola

 

Con nostro stupore la scuola ci ha contattati manifestando l’intento di accogliere la richiesta di un’attività nella classe di nostro figlio, secondo la nostra richiesta. Questa risposta era data sulla base di un indirizzo fornito dai vertici regionali della scuola abruzzese che chiedevano alle scuole della città di Chieti di inquadrare gli eventi, a partire dalla visita del vescovo, come “iniziativa culturale rappresentativa di esperienza religiosa promossa in ampliamento dell’offerta formativa”, fermo restando l’acquisizione degli opportuni pareri positivi degli organi preposti (collegio dei docenti, consigli di circolo, ecc..). Si apriva allora un dialogo molto fecondo con le autorità scolastiche nell’ambito del quale avevamo modo di scoprire alcune cose sulle quali esiste un po’ di confusione. Per esempio, capivamo che le cosiddette visite “pastorali” (il termine forse non è più preciso) non sono frutto di allegra e spensierata voglia di condizionare la vita pubblica da parte di arcigni clericali comandati da una stanza segreta del Vaticano. Tutto può essere, naturalmente. Nel caso specifico, erano state le autorità scolastiche della città ad aver invitato il vescovo, anche in ragione della sua levatura culturale, e con l’assenso unanime di tutti i vari collegi o consigli di ogni ordine e grado previsti per queste attività definite “non religiose”.

 

Per farla breve, le autorità scolastiche ci hanno sollecitato a presentare un progetto, con richiesta formale da parte della nostra comunità, un dettagliato curriculum per la persona che lo doveva svolgere, aggiungendo la comunicazione finale ai genitori della classe di nostro figlio ad avvalersi di un’attività alternativa qualora non avessero voluto che i loro figli assistessero a questo programma.

 

Nel mese di dicembre c’è stata la vista del vescovo, mentre intanto l’iter della nostra pratica andava avanti, superando tutti gli ostacoli e raccogliendo consenso tra i docenti. Finalmente, in una mattinata di marzo, io stesso (avevo infatti presentato il mio curriculum) mi sono recato nella classe di mio figlio con proiettore e computer e sono stato con i ragazzi per quasi un’ora, insieme alla loro insegnante e alla vicepreside, tentando di far comprendere, semplicemente, che essere cristiani non significa necessariamente essere cattolici. La ciliegina del programma, rigorosamente culturale, è stata la domanda molto fresca e diretta di un compagno di nostro figlio: “È vero che voi evangelici credete solo a Gesù e non alla madonna e ai santi?”. La classe era quasi al completo e solo tre famiglie avevano deciso che per i loro figli era meglio avere un’attività alternativa.

 

Noi siamo grati al Signore per questa piccola e apparentemente insignificante ora passata con dei ragazzi di 10-11 anni. In tutti questi mesi come chiesa abbiamo pregato per questo appuntamento e le nostre preghiere avevano due soggetti precisi:

 

• che questa semplice attività semplice potesse servire un domani a nostro figlio, allorquando il Signore gliene darà la possibilità, per impegnarsi in un’attività diretta di testimonianza rivolta ai suoi compagni;

 

• che il Signore potesse utilizzare questo piccolo progetto per mantenerci nella città in una condizione di tranquillità nella quale come chiesa possiamo continuare sempre ad annunciare il vangelo; nello stesso tempo che il Signore potesse mantenere i nostri concittadini in un atteggiamento di fiducia nei nostri confronti tanto da poter quanto meno “ascoltare” il messaggio del Vangelo che vogliamo annunciare.

 

 

Non precludersi la serenità di annunciare l’Evangelo

 

Questo secondo soggetto deve essere brevemente spiegato e qui si apre l’altro versante della testimonianza.

 

Durante i giorni che hanno preceduto e seguito la visita del vescovo nella varie scuole della città, abbiamo assistito allibiti alla reazione che a questo evento ha manifestato l’altra comunità “evangelica” di Chieti Scalo, dando vita a una polemica approdata sui giornali, con la quale, sostanzialmente, sulla base di un’analoga esperienza di una comunità di Padova (così indicavano gli interessati), si chiedeva insistentemente al vescovo di non effettuare le visite nelle scuole. Non si protestava solo per la visita nella scuola dove era presente la figlia di una famiglia di questi evangelici, per la quale tra l’altro, come di norma, veniva predisposta l’attività alternativa. Si protestava senza mezzi termini per la visita in tutte le scuole della città. La tesi alla base di questa chiassosa protesta era che lo spazio pubblico e le Istituzioni non devono essere teatro di attività religiose. La protesta di questi evangelici è stata poi fatta propria dall’Alleanza Evangelica Italiana come si può vedere da un comunicato che campeggia ancora sul loro sito (http://www.alleanzaevangelica.org/libertaReligiosa/ennesima_violazione_laicita.html), e nel contesto dei documenti circolati in quei giorni non si è lesinato un linguaggio da vera e propria guerra di religione.

 

Questa protesta a noi è apparsa dirompente per la credibilità dell’annuncio dell’Evangelo nella nostra città, in quanto constatavamo nell’ambito delle istituzioni scolastiche la crescita di sentimenti di incomprensione, irritazione e un diffuso e forte risentimento verso questi “laicismi”. In molte scuole campeggia ancora oggi la magistrale (sì, avete letto bene) risposta a queste proteste da parte del vescovo il quale accennava a una vera e propria lezione sul tema della laicità delle Istituzioni.

 

Soprattutto, queste proteste ci sono apparse dannose per una serie di motivi:

 

• Queste proteste prendevano spunto, per lo più, dalla presenza nelle scuole mèta della visita del vescovo di ragazzi appartenenti a famiglie evangeliche. E la cosa ci puzzava di strumentalizzazione, senza che ne venisse un reale beneficio agli stessi ragazzi.

 

• Le proteste di questi “evangelici” apparivano e appaiono ancora ai nostri occhi di un’estrema ambiguità e ipocrisia. Nel mentre infatti si grida al sopruso e addirittura alla persecuzione vaticana, accade spesso che i capi dell’Alleanza Evangelica Italiana si fregino di contatti e dibattiti con esponenti della stessa chiesa ai più alti livelli. È evidente la strategia: fare chiasso sul tema della “libertà di religione”, perché qualcuno possa assicurarsi una maggiore visibilità (anche se questo spirito non anima tutti i fratelli dell’Alleanza).

 

• Queste proteste sono poi deleterie e possono pregiudicare la testimonianza di tutti gli evangelici italiani: perché mai, infatti, e per esempio, un preside di una facoltà universitaria dovrebbe concedere un’aula a un gruppo di studenti evangelici per svolgervi un’attività esplicitamente religiosa (uno studio biblico) quando altri evangelici vogliono impedire un intervento di una personalità religiosa, intervento che fino a prova contraria e con tanto di regolamenti alla mano, viene catalogato come esplicitamente culturale? Senza naturalmente contare il grande consenso delle famiglie.

 

• Queste proteste tradiscono uno dei capisaldi della Parola per il quale la fede nel Signore Gesù Cristo è un qualcosa che deve guadagnare assolutamente lo spazio pubblico. Ne ha bisogno. Il filosofo Gianni Vattimo, addirittura, ha scritto delle pagine molto interessanti in cui sostiene che è stata proprio la missione evangelistica della prima chiesa a creare le condizioni per una visione laica dello spazio pubblico, e questo proprio in ragione della necessità che il messaggio cristiano fosse proclamato pubblicamente.

 

• Infine, queste proteste tradiscono lo stesso Vangelo; esse creano nella gente comune sensazioni di fastidio, di indisposizione in quanto non si capisce più se chi le fa ha il desiderio di far capire qualcosa di nuovo (la buona novella) oppure si sta muovendo nell’ambito di una formazione politica e culturale ben precisa. Molto spesso, infatti, queste proteste sono fatte insieme ad associazioni di atei dichiarati o di altri soggetti la compagnia dei quali, forse, dovrebbe essere un attimino riflettuta.

 

 

Conclusione

 

Si tratta, come si può ben vedere, di temi molto particolari dove l’uso dell’anticattolicesimo (che, ricordiamolo non è nel DNA delle Assemblee), oppure il riferimento a temi che pure evidenziano una sperequazione a vantaggio della religione dominante, sono usati in maniera molto subdola per arruolare sempre più credenti su una strada molto, molto pericolosa.

La nostra convinzione, avendo vissuto questa esperienza per la quale abbiamo fornito la nostra testimonianza, è che su questa strada prima o poi non saremo più in grado, creativamente, di pensare al modo in cui far conoscere l’Evangelo.

 

In conclusione, allora, l’incoraggiamento che vogliamo rivolgere alle famiglie che si trovano nelle nostre stesse condizioni è che considerino tutte le situazioni che accompagnano il percorso scolastico dei loro figli come tante opportunità in cui cercare, creativamente, di riaffermare la propria fede.

Questo farà si che non sperimenteranno frustrazione anche nei casi come quello di cui vi abbiamo parlato, né cadranno vittima di strumentalizzazioni costruite ad arte per far deviare il popolo di Dio da quello che è il vero obiettivo della sua attiva presenza nella società: l’annuncio del Vangelo per la salvezza della anime

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